MARIA CAMILLA DE PALMA

Da bambina (non spaventatevi, sarò breve!) ho voluto subito imparare altre lingue per poter comunicare con il mondo e capire dal di dentro altre culture, per coinvolgere tutti ridendo insieme, anche solo perché credevamo di capirci.
È stato in seguito, scavando nella mia cultura d’origine attraverso il latino e il greco, che ne ho respirato la ricchezza e profondità, ma, con un balzo inaspettato, iscrivendomi a
Lettere Moderne e studiando antropologia, ho ripreso l’orizzonte allargato dell’adolescenza, uscendo dai confini della mia cultura particolare per cogliere i modi e le rappresentazioni culturali dei diversi gruppi umani nelle società del mondo.
Lavorare in un museo delle culture, senza che me ne accorgessi, mi ha permesso di sviluppare la mia vocazione alla comunicazione,
in una dimensione culturale ed interculturale, rivolgendomi ai alla mia città ed ai suoi turisti, ai cittadini di ogni parte del mondo e ad ogni persona con le sue abilità e competenze, arricchendomi di ogni prospettiva, nel rispetto di chi in questo spazio è stato rappresentato, ascoltato, interpretato, attraverso mostre, performance, attività educative ed eventi di ogni genere. Sempre più a contatto con la dimensione spirituale dei popoli indigeni, degli artisti e delle più svariate discipline, ho sentito la necessità di unire al fare in museo una dimensione più interiore, quella effettivamente universale ed umana, che mi ha portato a studiare la medicina naturale, attenta a creare le condizioni di benessere in termini preventivi e di educazione ad una vita in salute, in ascolto di sé stessi e degli altri.
Così come all’università non avevo mai pensato al museo come sbocco ai miei studi, allo stesso modo adesso mi trovo in una nuova inaspettata esperienza, in cui tirarsi indietro sembra ridicolo, perché è come se la vita, anche questa volta, mi indicasse dove posso essere utile, dove posso, unendo mente, anima e corpo, continuare a dar voce e valorizzare la ricchezza e preziosità dell’essere umano.

Da bambina (non spaventatevi, sarò breve!) ho voluto subito imparare altre lingue per poter comunicare con il mondo e capire dal di dentro altre culture, per coinvolgere tutti ridendo insieme, anche solo perché credevamo di capirci.
È stato in seguito, scavando nella mia cultura d’origine attraverso il latino e il greco, che ne ho respirato la ricchezza e profondità, ma, con un balzo inaspettato, iscrivendomi a
Lettere Moderne e studiando antropologia, ho ripreso l’orizzonte allargato dell’adolescenza, uscendo dai confini della mia cultura particolare per cogliere i modi e le rappresentazioni culturali dei diversi gruppi umani nelle società del mondo.
Lavorare in un museo delle culture, senza che me ne accorgessi, mi ha permesso di sviluppare la mia vocazione alla comunicazione,
in una dimensione culturale ed interculturale, rivolgendomi ai alla mia città ed ai suoi turisti, ai cittadini di ogni parte del mondo e ad ogni persona con le sue abilità e competenze, arricchendomi di ogni prospettiva, nel rispetto di chi in questo spazio è stato rappresentato, ascoltato, interpretato, attraverso mostre, performance, attività educative ed eventi di ogni genere.
Sempre più a contatto con la dimensione spirituale dei popoli indigeni, degli artisti e delle più svariate discipline, ho sentito la necessità di unire al fare in museo una dimensione più interiore, quella effettivamente universale ed umana, che mi ha portato a studiare la medicina naturale, attenta a creare le condizioni di benessere in termini preventivi e di educazione ad una vita in salute, in ascolto di sé stessi e degli altri.
Così come all’università non avevo mai pensato al museo come sbocco ai miei studi, allo stesso modo adesso mi trovo in una nuova inaspettata esperienza, in cui tirarsi indietro sembra ridicolo, perché è come se la vita, anche questa volta, mi indicasse dove posso essere utile, dove posso, unendo mente, anima e corpo, continuare a dar voce e valorizzare la ricchezza e preziosità dell’essere umano.